Cosa rimane in Memoria? James Nachtwey

James Nachtwey afferma di aver voluto diventare un fotografo per essere un fotografo di guerra avendo tuttavia la ferma convinzione che una fotografia che riveli il volto vero della guerra sia una fotografia contro la guerra, testimoniandone le nefaste conseguenze, morte, sofferenza e alla fine mai nessun vero vincitore.

Durante la visita di “Memoria”, la mostra di James Nachtwey che è stata allestita a Palazzo Reale a Milano fino a qualche giorno fa, una domanda continuava a riproporsi nella mia testa: c’è forse qualcuno a favore della guerra?

Non ho mai conosciuto nessuno fermamente guerrafondaio; chi scrive è contro la guerra, chi legge probabilmente anche, chi deve combatterla è sicuramente contro – a pelle, letteralmente –, chi fornisce le armi forse è l’unico che ha qualche interesse nella guerra, purché sia distante. Tutte le guerre hanno un fine economico, si dice, ma non c’è solo questo aspetto: è anche nella natura animale dell’uomo prevaricare, comandare. “La pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore” dicevano in Point Break; tutti abbiamo fame di conquista, se non si stabiliscono (e si rispettano) regole, l’unica regola diventa mors tua vita mea, una regola fissa, universale, che resiste al passare del tempo e vale ovunque nel mondo.

Questo in realtà sembrano dirci tutte queste immagini, al di là di tutti i buonismi che lasciano il tempo che trovano.
Questo è forse il senso di “memoria” della mostra, un memento a non ricadere negli stessi errori, a non infrangere le fragili regole che ci permettono di vivere in pacifica armonia, frutto di un precario equilibrio la cui rottura porta alle situazioni di sofferenza e a quelle condizioni sgradite e dannose per tutti, raffigurate nelle immagini.

Come però fare passare questo messaggio? Le persone che soffrono, i bambini che piangono, i soldati dilaniati ormai non li notiamo neanche più tanto siamo circondati da questo genere di immagini, a partire dalla carta stampata fino ai mezzi di comunicazione più ”rapidi” di cui oggi siamo tutti fruitori; allora abbiamo bisogno di un altro metodo.
La bellezza non passa mai inosservata e Nachtwey sembra saperlo: bisogna trovare e comporre le immagini per trovare una bellezza nella tragedia, qualcosa che catturi l’attenzione per portare poi ad una riflessione più in profondità.

Allora l’ospedale da campo, dove si cerca disperatamente di salvare le giovani vite di soldati arrivati sul tavolo operatorio in condizioni disperate, diventa un pannello che ci fa entrare in una sala operatoria e ci stimola quella curiosità che è la stessa che ci spinge a guardare tante serie TV ambientate in contesto medico, bloccandoci e catturando la nostra attenzione, facendo in modo che noi spettatori non passiamo oltre senza aver visto la disperazione di medici e pazienti, il sangue, il disordine e senza aver destato una qualche inquietudine.
Anche le torri (quelle torri) nell’atto del loro collasso sembrano una “normale” esplosione in territorio di guerra, finché non si nota sulla destra, defilata, la chiara sagoma della torre ancora in piedi: ecco che allora la situazione appare chiara, sapendone anche già il tragico epilogo: ecco anche qui l’inquietudine ottenuta attraverso l’armonia dell’immagine che ci ha catturato, facendo leva da un lato su quello che già sapevamo, dall’altro su una sapiente composizione dell’immagine ottenuta anche attraverso l’inserimento di una croce, simbolo religioso nel quale si cerca protezione e conforto.

Bellezza, inquietudine, memoria. Tuttavia sappiamo che ci ricadremo, che ripeteremo gli stessi errori o ne inventeremo altri nuovi, così per sempre sarà finché l’ultimo uomo vivrà su questo pianeta. Importante è però che ci siano sempre persone come Nacthwey in grado di far notare questi errori in modo da cercare diminuire la frequenza con la quale vengono commessi.

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