Il fanatismo della “post-produzione-free”: tre falsi miti smontati in quattro e quattr’otto

Henry Peach Robinson

Un po’ come per i cibi sugar free al supermercato, è sempre viva nel mondo della fotografia la corrente massimalista “dura e pura” dei contrari alla post-produzione.

Per questa filosofia di pratica e critica fotografica, il foto-ritocco è sinonimo tout court di inganno. È una manipolazione utilizzata spesso per coprire le manchevolezze tecniche e artistiche del malvagio criminale che preme il grilletto della macchina fotografica.

Addirittura qualche giorno fa si è scatenato un putiferio per una foto di Giovanni Gastel, accusato da alcuni follower su Facebook di manipolazione (e da qualcuno anche di razzismo) per aver modificato la carnagione di una modella nera. Apriti cielo: è stato accusato di non essere un vero artista. Parliamo di Giovanni Gastel.

A difesa parziale di chi vorrebbe abolire la post-produzione è innegabile che spesso si siano oltrepassati gli estremi confini del buon gusto, sovente peggiorando la qualità effettiva degli scatti originali. Complici la fotografia digitale di massa e gli innumerevoli strumenti di foto-ritocco a portata di tutti.

Keira Knightley è già bella così Ma non basta: nel poster di un film le hanno cambiato i connotati. E a lei non è andato giù.

Ad esempio non è raro, sfogliando i profili Instagram di VIP e influencer, incappare in corpi e visi talmente ritoccati digitalmente da perdere ogni connotato umano e sfidare talvolta le leggi della fisica e della fisiologia umana. Mi ricordo un caso in cui, su un rotocalco, era sparito un braccio della soubrette di turno o era stato incollato male un occhio. Alla Frankenstein, per intenderci.

È anche vero che molte delle affermazioni dei puristi fotografici possono essere assolutamente giustificate dal gusto personale, ma non dalla storia o dai fatti.

Ve lo dimostro cercando di smontare tre luoghi comuni.

Contro i fanatici della post-produzione: smontiamo tutti i falsi miti!

“Il fotografo è un artista, e i veri artisti creano di getto, al volo, senza bisogno di trucchi”

Niente di più falso. Questa teoria è retaggio di una concezione romantica ma poco realistica del processo creativo di un artista. Dimenticatevi di Beethoven che si mette al piano e compone di getto la Nona Sinfonia, o di Monet che prende una tela, una tavolozza e voilà, in una mezzora dipinge le sue ninfee.

L’artista, o l’aspirante tale, in genere ha ore, giorni, mesi e anni di studi alle spalle, decine di bozze, di prove. Una volta creata un’opera, l’artista poi la modifica più volte: aggiusta il colore, cambia i particolari della composizione (es: l’inclinazione di una mano), toglie o aggiunge oggetti di sfondo, diventa matto per aggiungere quel punto di bianco per rendere quella pupilla più viva, quella ciliegia più fresca, quel fiore più in boccio.

Non è manipolazione, ma una semplice intervento creativo altrettanto dignitoso e necessario quanto la preparazione dell’opera o la sua prima realizzazione. Ma poi, parliamoci chiaro: suona forse una campanella quando un’opera è da ritenersi conclusa? Dite che per la fotografia è il suono dell’otturatore? Ne siete sicuri? E se la stampo? Occhio che la scelta della carta può modificare sostanzialmente una foto, rendendola diversa da quello che vedo a schermo. Anche questa è post-produzione!

È uno dei quadri più belli dell’arte. Ma siamo sicuri che a quel corteo ci fosse così tanta gente? Secondo me il PCI diceva di sì, ma la Questura diceva di no. Chi lo sa? Dov’è la verità? Davvero pensiamo che stia in un’immagine? Mmm, forse è solo questione di punti di vista. Letteralmente.

“Il fotografo deve rappresentare la realtà, quindi non può ritoccare le foto”

Ormai lo sanno anche i bambini: nulla può rappresentare la realtà così com’è, per il semplice fatto che in qualsiasi caso si utilizzano degli strumenti che, volenti o nolenti, la falsano. Come dei filtri. (“Ommmioddio, come quelli di Instagram?” Non proprio, tranquilli.) Intendo le lenti, il corpo macchina, il sensore o, come dicevamo prima, la carta su cui decido di stampare.

Inoltre ogni rappresentazione è sempre legata ad un punto di vista: se perfino nella scienza la realtà cambia in funzione del soggetto che la osserva, figuriamoci nella fotografia. Pensiamo a come è diverso rappresentare un corteo frontalmente (come nel quadro Il Quarto Stato), oppure dall’alto. Magari con la prima inquadratura sembra che ci siano migliaia di persone, nella seconda si scopre che si tratta di poche decine di manifestanti. Ovvio, se siamo fotoreporter abbiamo il dovere di documentare in modo più attendibile la realtà che vediamo dal nostro punto di vista, ma non tutti abbiamo questi vincoli. Se vogliamo essere fotografi, siamo anche in piccola misura artisti. Quindi abbiamo la libertà di modificare gli scatti come ci pare a seconda del messaggio e dell’estetica finale. Un po’ come il poeta può giocare con le parole e stravolgere le regole grammaticali. Si dice, appunto, “licenza poetica”.

“La post-produzione prima non esisteva, è un fenomeno recente legato alla fotografia digitale e ai software di fotoritocco”

Balle. La post-produzione nasce con la fotografia, solo che era molto più complicata e lunga da realizzare, richiedeva abilità tecniche sicuramente più avanzate di adesso. Le foto dei divi di Hollywood (Marylin, James Dean) erano ritoccate aggiungendo livelli nei retini di stampa. Ci sono foto originali in cui la Monroe è nuda, ma per ragioni di censura poi l’hanno vestita. Direttamente nella foto.

Una foto iconica di James Dean modificata. Anni ’50, non Duemila!

Anche la prestigiosa agenzia Magnum ha sempre adottato il foto-ritocco, con agenti chimici utilizzati durante lo sviluppo che alteravano esposizione, contrasti, chiari/scuri. Anche cancellando intere zone della foto.

Risalendo all’Ottocento, è noto che molte fotografie venivano colorate a mano. E scommetto che i colori erano diversi dalla realtà. Per non parlare delle fake-news: attorno al 1860 giravano scatti della regina Sofia di Napoli senza veli. Era un fotomontaggio, ovviamente eticamente discutibile, ma dimostra che da sempre è esistita la post-produzione.

Per concludere: certo, ormai è molto più facile ritoccare le foto, ma perché demonizzare la post produzione?

Basterebbe limitarsi e non farsi prendere la mano, salvaguardando l’estetica e l’etica della foto.

E poi chi di noi non ha MAI sistemato una propria foto? Non ci credo nemmeno se lo vedo!

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