Il geometra in cerca di architetture

Ghirri avrà anche forse stancato con i suoi “colorini smorti”, ma non si può prescindere dal vedere ancora una volta le sue opere, soprattutto se ce le hai a un’ora di treno di distanza (in macchina, traffico permettendo, anche un po’ meno).
Sarà poi che io oscillo sempre tra l’ancora-ancora-ancora dei bambini e la straziante abitudinarietà degli anziani e ci sono certe cose ho sempre un po’ bisogno di rivedere; i gol di Milito nella finale del 2010, l’inseguimento sulla 2CV di “Solo per i tuoi occhi” e le fotografie molto emiliane e caratteristiche di Luigi Ghirri.

La mostra che hanno allestito a Milano alla Triennale in questi giorni, propone sì sempre immagini dello stile che ci si può aspettare, proprio e molto caratteristico dell’autore, ma va anche ad attingere ad un repertorio diverso: si tratta infatti delle immagini che Ghirri scattò per riviste di architettura, a tratti didascaliche, ma sempre con il caratteristico stile un po’ metafisico, con il quale paesaggi molto concreti e definiti, finiscono per apparire una via di mezzo tra luoghi fantastici e plastici nati dall’immaginazione di un architetto.

Questa impressione trova conferma in uno scritto dell’autore a corredo delle immagini in cui si dice “L’idea del fantastico credo che ben si adatti alla mia idea di paesaggio, è proprio all’interno di questa mutazione, passaggio dal mondo del fiabesco a quello del fantastico, che si può spiegare l’aria di inquietante tranquillità che abita luoghi e paesaggi che sembrano essere abitati di nuovo dal mistero e dai segreti che ancora possiedono, sapendo alla fine che quello che ci è dato conoscere, raccontare, rappresentare non è che una piccola smagliatura sulla superficie delle cose, dei paesaggi che abitiamo e viviamo”. (Da “Niente di antico sotto il sole” in Paesaggio italiano).

E’ dunque un bell’esercizio andare a cercare queste “smagliature” nelle fotografie che per una volta ci sono presentate in piccolo formato, come foto ricordo, in un allestimento molto diverso da quello che siamo abituati a pensare per una mostra fotografica, un po’ come se che il buon geometra di Scandiano si sia venuto a trovare per caso nei luoghi dove invece è stato apposta inviato a catturare immagini per riviste tanto patinate come solo negli anni ottanta potevano essere.

Troviamo le famose immagini di Versailles, le immagini del lungofiume di Lubiana, a suo modo un reportage poiché al tempo ancora città della ex Jugoslavia, molto diversa da quella di adesso; fa capolino poi qualche immancabile giostrina sulla spiaggia (se non ci fosse è come se Paolo Conte facesse un concerto senza Via con me), alcuni notturni, interni di teatri e esterni al mare con occasionali presenze umane, mai fine a se stesse, ma sempre nelle posizioni più adatte ad esaltare il paesaggio che le circonda, quasi fossero messe lì con i piedi fissati con spilli nel basamento di polistirolo da uno studente di architettura.

A contorno e a completamento della mostra possiamo fruire anche di alcune proiezioni con immagini forse meno famose e meno significative, ma che aiutano a comprendere come il fotografo si muoveva, quali immagini eleggeva a definitive, quale fosse lo studio intorno a quei singoli paesaggi un po’ metafisici che sembrano essere nati per caso e che invece sono frutto di un più lungo ragionamento e tanto logorio di suole.

Ghirri dunque non ce l’ha ancora fatta a stancarmi, anzi, non smetto mai di chiedermi “Ma questo,cosa avrebbe fatto con uno smartphone?”

 

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