Ciao,
innanzitutto rinnovo i miei complimenti per il tuo lavoro, che ho apprezzato in modo particolare. Anche solo con un rapido sguardo, non posso esimermi dal dire che le tue foto sono di grande impatto visivo e tendono ad attrarre l’attenzione dell’osservatore con una forza suggestiva, quasi prepotente.Ritieni che sia diventato un requisito indispensabile, al giorno d’oggi, mostrare immagini che abbiano un immediato impatto sul pubblico, o pensi che anche un’immagine più “timida”, quasi delicata, possa stimolare l’interesse del pubblico più ampio e non necessariamente appassionato?

Se parliamo di fotografia in quanto forma espressiva, ritengo si tratti di un requisito tutt’altro che indispensabile. Ad ogni modo è necessario fare alcune premesse basate sulla tipologia di pubblico, contesto e fine.
Ad esempio, nell’ambiente social, forgiato dai grandi numeri, dove vige il paradigma della singola immagine (raramente si parla di progetti o più semplicemente di portfolios), è l’impatto iniziale e possibilmente pirotecnico a dettare l’interesse della massa, plagiata anche per scopi commerciali, da diversi stereotipi. In questi casi l’immagine urlata ha un eco decisamente più ampio.
Personalmente non mi pongo limiti. Interpreto e fotografo in base a ciò che sento e voglio di conseguenza trasmettere, evitando contaminazioni, senza mai snaturarmi. Debbo tuttavia ammettere di essere un sostenitore del “beneficio per sottrazione”, il famoso detto british “less is more”. Ometto elementi quando compongo, sottraggo per saturare, sintetizzo il racconto per lasciare maggiore sfogo alla fantasia dell’osservatore. D’altronde anche un genio come Leonardo Da Vinci asseriva come la semplicità rappresentasse l’ultima forma di sofisticazione. Ed è senza alcun dubbio l’aspetto più complesso da ritrarre. Inoltre, seppure in altri ambiti, amo la struggente essenzialità del “Piccolo principe” e il minimalismo musicale di Paul Buchanan, a testimonianza del
fatto che se ben applicato, effettivamente “less is more”.
Per cui, tornando all’interessante quesito iniziale, ritengo non esista una tipologia d’immagine che funziona meglio dell’altra, ma piuttosto è importante saperla collocare nel contesto idoneo al proprio fine. Questo richiede un determinato livello di consapevolezza. Infine, mi permetto la seguente provocazione; oggi, in seguito alla mirabolante evoluzione nella condivisione di contenuti, limitarsi ad essere fotografo, senza alcuna conoscenza sociologica, equivale a navigare in un immenso oceano, senza una mappa nautica e privi di orientamento.

Recentemente ci è capitato di toccare un argomento importante, quale è il ruolo del “ritmo” nella fotografia, che è tra l’altro un elemento pregnante nelle tue foto. Ho notato che ci sono foto con porzioni di campo con sfocati morbidi che creano zone quasi soporifere, al contrario di altre, caratterizzate da un dettaglio elevato e linee taglienti, altre ancora con delicati effetti di mosso. C’è qualcosa, derivante da un’altra passione, quali possono essere la musica o la letteratura, che detta il “ritmo” delle tue foto e ti ispira in modo particolare?

Ti dirò di più, credo che una fotografia non debba solo avere ritmo, ma anche odori e matericità.
Parliamo di un media che fondamentalmente produce un output bidimensionale, da sdoganare attraverso contenuti emotivi ed estetici, affinché chi osserva le immagini possa catapultarsi al loro interno. La famosa tridimensionalità deve essere intesa anche e soprattutto nella contenutistica, per una visione sinestetica della fotografica, necessaria a trasformare un monitor, una carta o qualsiasi altro supporto in un portale tramite il quale viaggiare con tutta la propria sfera sensoriale. In sostanza, attraverso la fotografia di un bosco, si dovrebbero percepire i suoi profumi, l’umidità durante una giornata uggiosa, la ruvidità di alcune cortecce e persino udire i canti dei suoi eventuali abitanti.
Se invece parliamo esclusivamente di ritmo, riferendoci ad una serie d’immagini, posso dirti che ascoltare con attenzione alcuni pezzi musicali, può suggerire l’intera composizione di un portfolio.
Penso ad esempio alla genialità dei King Crimson, citando tra le loro opere “Starless”, l’ultimo pezzo dell’album intitolato “Red”. Questa canzone suggerisce svariati stati emotivi. Scandaglia nell’animo umano cominciando dalla parte romantica, giungendo a quella oscura, ricca d’inquietudine, per poi placarsi e tornare alla pseudo quiete della fase introduttiva. Immagina una serie di fotografie che hanno un impatto delicato e progressivamente, come il cambio di un ritmo musicale, divengono più graffianti, meno rassicuranti, per poi tornare gradualmente a delle sensazioni più confortevoli, per un “gran finale” che riporta in sella alle atmosfere iniziali. In sostanza, non vi sono limiti neanche nella ricerca del metodo.

Parliamo un po’ di tecnicismi…i tuoi scatti quanta progettazione richiedono? C’è anche improvvisazione o studi tutto nel minimo dettaglio, non lasciando praticamente nulla al caso?
Tendi a lavorare per progetto o ogni foto ha una sua storia?

Ci sono entrambe le cose. Rispetto a quanto traspare dalle mie immagini presenti sul web, c’è sicuramente una componente progettuale molto importante sia sulla singola immagine che nella stesura di un eventuale progetto. Inoltre nella fotografia di paesaggio tradizionale, è presente una parte di pianificazione fondamentale che di fatto, oltre a portare alla ricerca di una determinata condizione (che poi dovrà essere chiaramente supportata da una buona dose di fortuna), evita potenziali pericoli (maree, passi di montagna, morfologia del terreno, venti, etc…). In aggiunta vi è un fattore cruciale nel mio mondo fotografico, mi riferisco alla conoscenza del territorio associata all’amore viscerale per esso.

Nelle tue foto la protagonista indiscussa è la natura, con i suoi colori e le sue forme. Qual è, secondo te, la maggiore difficoltà che si trova ad affrontare ogni fotografo che si approccia alla fotografia naturalistica e di paesaggio? Per quale motivo, nell’ambito della tua crescita professionale, la dimensione naturale ha avuto il sopravvento su quella umana?

La Natura è una straordinaria metafora. Il valore essenziale per eccellenza. Ciò di cui realmente abbisogniamo e facciamo parte, ma dalla quale ci ostiniamo a distinguerci. Il sempre più citato binomio “Natura e uomo” rappresenta l’equivoco per eccellenza.
Tornando indietro di quasi due secoli, fu la rivoluzione industriale a sigillare questa distanza tra noi e il mondo naturale, rendendola quasi incolmabile. Non è un caso che proprio in quel periodo negli USA sbocciava il rinascimento americano, i quali padri Waldo Emerson e Henry Thoreau sono tutt’oggi considerati dei pionieri in ambito naturalistico ed ecologico. Gran parte della cultura americana “Into the wild” s’ispira ad essi, che di fatto hanno dimostrato quanto fosse importante ridurre lo stacco tra noi e madre Natura piuttosto che renderlo siderale.
Perdona questo preambolo storico, ma si tratta di una premessa fondamentale. Penso che chi si approccia alla fotografia naturalistica (che sia paesaggio, avifauna o comunque in ambito naturale) debba innanzitutto cercare di colmare la distanza che menzionavo pocanzi. Il senso di stupore necessita conoscenza e rispetto assoluto per il territorio. Solo così si può preservare e comprendere maggiormente ciò che si sta osservando, con consapevolezza e libertà. Acquisendo pertanto un grado di intimità tale da potere plasmare interpretazioni uniche, figlie della comunione tra la straordinarietà della Natura e la propria sensibilità.
È come se ad un certo punto si girasse una chiave che spalanca un portone verso un mondo totalmente nuovo e incredibilmente ricco di spunti, dove non esistono graduatorie. Un sasso e dei granelli di sabbia sono diversamente eccezionali, ma non meno belli della montagna più alta del globo, perché se decontestualizzati possono acquisire una moltitudine di significati. Quella che io amo definire “meta immagine” o “astratto espressivo”. La sabbia è molto più di quanto possiamo immaginare e scientificamente definire. Dietro l’erosione che l’ha resa materiale granulare vi sono molte potenziali storie da raccontare, ma per farlo in maniera personale è necessario tramutarsi in uno di quei tanti granelli.

Nella la tua esperienza di insegnamento, esiste per te un concetto fondamentale e imprescindibile che cerchi di trasmettere ai tuoi studenti?  

Consapevolezza, idee ed espressività. Costruire, cercare, scandagliare, ponendo la conoscenza e il rispetto per la Natura come priorità assoluta. La posizione di insegnante è un ruolo molto delicato. Plagiare significa aver fallito. Lo scopo commerciale non deve mai prevaricare quello umano, significativo ed artistico. Perdona la mia perentorietà, ma credo che oggi si tenda a confondere la grande opportunità che si ha tramite il privilegio dell’insegnamento, ovvero, ascoltare, suggerire, condividere e potere imparare molto anche dai propri studenti, come un mero esercizio commerciale. Il ruolo pedagogico del maestro, in un ambito dove l’iter personale è fondamentale, richiede tatto, nonché un approfondimento relativo alla persona con cui si sta interloquendo. Una sorta di analisi psicologica che possa supportare chi insegna nel guidare l’appassionato a vedere oltre con i propri occhi.

Ogni grande fotografo tende a sviluppare, oltre a uno stile caratteristico, un proprio “metodo”, un proprio modo di approcciarsi, dal punto di vista tecnico, alla fotografia, il quale gioca spesso un ruolo fondamentale nel raggiungimento del successo. Hai sviluppato qualcosa un metodo che ti senti di definire veramente tuo e che si può trovare alla base di ogni tuo scatto? Se esiste, questo tuo metodo, ti senti particolarmente “geloso” in merito ad esso o tendi a condividerlo nell’ambito dei tuoi workshop o con chi si dimostra interessato?

Se ho sviluppato qualcosa di mio? Di pionieristico? Direi proprio di no. Se pensi questo, significa che probabilmente sono gli altri a somigliarsi troppo!
Oggi, il vero modo per essere originali in fotografia è lavorare sul proprio gusto estetico, mettendoci dentro se stessi. Con le proprie esperienze, cultura e appunto sensibilità. Nel momento in cui la fotografia viene abbracciata come forma espressiva (succede raramente), restituisce un messaggio unico. Il contenuto deve distinguere un’immagine dall’altra. Il mero abbellimento estetico, seppure importante, non porta a nulla se fine a se stesso.
Non sono geloso dei miei metodi, anche perché, come lasciavo intendere inizialmente, non possiedo nessuna tecnica segreta. Non ho “un’area 51” da nascondere. Semmai sono le idee e la loro messa in scena a fare la differenza.

Restando in argomento, pensi che l’assorbimento dei tecnicismi e dello stile di un fotografo che si ammira in modo particolare possa aiutare nell’ambito della propria crescita o che rappresenti un rischio, impedendo di fatto l’emersione di quello che può essere il proprio stile?

Argomento estremamente delicato. Credo possa aiutare solo nella misura in cui lo si abbracci dal punto di vista didattico, puramente come ispirazione, allo scopo d’imparare. Alternativamente il rischio di tramutarsi nella copia di qualcun altro è molto alto, subendo pertanto una spersonalizzazione. Proprio per questo ci tengo a imprimere nel mio iter fotografico una scala di priorità che vede ai primissimi posti l’idea, piuttosto che il legame ad uno stile specifico. Tuttavia, sappiamo benissimo quanto oggi, si cerchino scorciatoie con il fine di arrivare prima possibile alla celebrità (??!!). “Copiare” le immagini riuscite è una di queste. Basta dare un’occhiata sul web per comprendere quanto asserisco. In questi casi, chi copia, fa del male in primis a se stesso e alla fotografia in generale che viene snaturata nella sua essenza espressiva.

Anche se può essere un argomento complesso e di difficile trattazione, soprattutto in questa sede, cosa ne pensi della spasmodica ricerca del consenso attraverso i Like?

Storicamente l’uomo è sempre stato alla ricerca di consensi, approvazione e riscontro. Il problema del like si pone quando in una propria ipotetica graduatoria viene collocato nel posto che non gli compete, ovvero, quello di conferire un valore assoluto all’individuo. Indi per cui, pur ammettendone oggi, in determinati canali, la sua validità commerciale, non indica certamente la bravura del fotografo o persino la bontà della persona. Oltretutto socialmente si sta tramutando in un’arma a doppio taglio e psicologicamente potrebbe persino divenire pericoloso nei confronti delle personalità più fragili, le quali in cerca di rivalsa, valutano un like come un riscontro fondamentale. È sempre il solito discorso. Antico, ma pur sempre valido, ossia, dare eccessiva importanza al giudizio che gli altri hanno su di noi. La differenza è che nel contesto storico attuale c’è molta più esposizione. Il signor nessuno, il quale dopo una manciata di likes si tramuta da mediocre, a genio, quando ne riceve di meno, rischia d’innescare un loop mentale di dipendenza piuttosto perverso e non privo di frustrazione. D’altronde chi ha inventato questo meccanismo aveva sicuramente considerato questo aspetto. In sostanza, si tratta di uno strumento da utilizzare con molta consapevolezza.

Infine, hai un fotografo di riferimento, a cui ti sei appassionato o che è stato per te fonte di ispirazione?

Non proprio. Al 90% attingo da altre forme espressive. So che è una domanda classica, ma trovo questo concetto dell’ispirarsi ad altri fotografi piuttosto anacronistico, nonché limitato. Intanto anche volendo non riuscirei in alcun modo a menzionarne uno in particolare, ma dovrei citarne diversi, per svariati motivi e comunque non necessariamente famosi. Tra questi per esempio ci potresti anche essere tu, con alcuni tuoi scatti. Ad ogni modo Vi tengo bene in mente, come del resto molti testi, pezzi musicali, film, etc..
Concludo sottolineando quanto sia necessario esprimersi con tutto quello che si ha dentro, senza porsi il limite selettivo in un ambito specifico e se possibile cercando di ridurre al minimo eventuali contaminazioni. La fotografia rappresenta una grande opportunità per comunicare con il mondo che ci circonda. Nessuno dovrebbe privarsi della libertà di essere se stesso.

Per approfondire potete visitare il sito ufficiale:
http://www.fortunatophotography.com/

Intervista di Matteo Groppi