Periodicamente nascono sempre discussioni intorno alla fotografia come rappresentazione fedele della realtà.
Con il digitale l’accostamento realtà-immagine è venuto meno o comunque è viene messo costantemente in discussione.
Ma ancora oggi ci sono branche in cui si cerca un’oggettività, per esempio
le immagini scattate a scopi scientifici o puramente documentativi, niente post produzione spinta, niente “trucchi”.

Eppure possiamo affermare che queste fotografia non possano essere usate per “trarre in inganno” l’osservatore?
A volte il semplice contesto in cui sono pubblicate o cosa hanno accanto può influenzare la percezione che abbiamo di una fotografia.
Nel 1977 Larry Sultan e Mike Mandel fecero un lavoro chiamato Evidence che diventerà una pietra miliare per tutta una branca della fotografia.
Non scattano materialmente delle fotografie, ma  attingono dagli archivi fotografici di corporazioni e istituzioni governative americane.

Dopo aver visionato quasi 2 milioni di immagini ne scelgono diverse e creano dei dittici.
Ogni immagine non ha didascalia, è fuori dal proprio contesto e affiancata ad un’altra non legata alla prima.

Sta all’osservatore vedere i legami tra le immagini, ma sicuramente il risultato è qualcosa di totalmente nuovo, dove si creano storie suggerite e immaginate prodotte dagli accostamenti fatti dai 2 autori.

Il libro fu definito da Martin Parr, in The Photobook: A History , come “uno dei i fotolibri più belli, densi e sconcertanti esistenti, una scatola visiva infinita di trucchi. ” 

Questo dimostra come è importante contestualizzare e capire quello che si sta guardando quando si esprime un giudizio su un certo tipo di fotografia, non sempre tutto è immediato e certe scelte dipendono da molti fattori che vanno dal periodo storico al luogo dove sono state fatte le fotografie.