Parigi val bene una Photo

Qualche anno fa, quando per la prima volta ho deciso di visitare il Paris Photo, l’ho fatto più per la parte “Paris”, per la voglia di ritornare a Parigi che per visitare l’esposizione al Grand Palais; mi chiedevo cosa spingesse tanta gente ad andare in un posto dove di fatto molte gallerie allestiscono stand proponendo alla vendita qualche opera degli autori che a loro si affidano per trasformare l’arte in qualcosa che possa offrire sostentamento.
Con piacere scoprii che questa manifestazione, la più importante di questo tipo su scala mondiale, offriva una visione a trecentosessanta gradi della fotografia, una sorta di da-dove-veniamo, dove-siamo e dove-siamo-andando attraverso le opere in mostra (e in vendita a prezzi ai più inaccessibili) e che si aveva l’occasione di vedere, ammirare, criticare, commentare un’infinita varietà di opere nell’ambito fotografico.

Così, quando qualche giorno fa sono tornato a Parigi con l’intenzione di visitare Paris Photo avevo grandi aspettative che non sono state deluse. Con questo non voglio fare intendere che tutto ciò che ho potuto vedere mi abbia lasciato piacevolmente esterrefatto, ma che ho trovato esattamente quello che mi aspettavo di trovare: tante, tantissime immagini, galleristi più o meno gentili, comunque indaffarati, visitatori con curiosi capi di vestiario, tanti ottimi fotografi riconosciuti a livello mondiale (ma non sempre riconoscibili dai più dalle loro sembianze) e, cosa non trascurabile per un amante dei libri in generale, migliaia di libri fotografici in tutte le fogge, declinazioni e per tutti i gusti.

Tutto questo insieme di cose mi ha portato a un po’ di considerazioni.

L’ambiente trasuda ricchezza, vera, simulata o presunta. I galleristi recitano un po’ la loro parte nei loro abiti eleganti talvolta eccentrici, sicuramente molti di loro sanno scegliere la linea che vogliono dare alla loro galleria. Sempre eleganti le gallerie giapponesi, sempre razionali quelle tedesche, incisive e dirette quelle americane; in generale comunque tutte molto ricche in fatto di numero di fotografie esposte e diversità di proposte. Ho piacevolmente notato poi che l’idea generale è quella di presentare il maggior numero possibile di fotografie di uno stesso lavoro di un determinato artista, prediligendo il progetto alla foto singola, magari mettendo sì anche in risalto una o due immagini in un formato più grande, ma presentandole spesso accanto alle sorelle minori, a dare così un’idea di un intero discorso anziché di una chiosa.

Se poi da una parte ci sono i galleristi con le loro immagini, dall’altra ci sono i visitatori che sono un po’ anche loro attori protagonisti: lo confesso, talvolta non guardo le foto ma le persone, sono più divertenti, perché, diciamolo, se molti sono amanti della fotografia o fotografi, altrettanti sono semplicemente curiosi, preoccupati però di sfoggiare quei capi di abbigliamento che altrimenti non saprebbero quando indossare.

E dopo le immagini alle pareti ci sono quelle sulle pagine patinate dei libri: quanti libri fotografici, mi domando, ogni anno si pubblicano? E quante fotografie non pubblicate ci perdiamo? Poi, per carità, non siamo tutte le volte di fronte a un capolavoro: certi libri sono fatti per stupire, con qualche immagine storta, mossa, sfocata o una combinazione delle tre, un po’ di nudi, un po’ di sesso e altre immagini storte. Altre pubblicazioni – specie alcune prime edizioni dei soliti giapponesi o tedeschi – invece sono deliziose e poetiche ma costose a tal punto da mettere in tensione chi osa solo sfogliarne qualche pagina. Infine c’è tutto quello che sta in mezzo a questi due estremi, libri con un progetto alle spalle, magari con dentro un po’ di ironia, comunque con un’idea di fondo e alla portata di tutti, quelli che ci piacciono e possiamo permetterci di portare a casa.
Usciti poi dal Grand Palais ci sono tutte le mostre a contorno, così numerose da non poter essere visitate tutte in quattro giorni. E poi ancora altri mercati di libri, nuovi e usati come “Offprints” all’interno dell’École nationale supérieure des beaux-arts oppure “Polycopies” a bordo di un battello sulla Senna: Parigi, insomma, val bene un volo ogni tanto.

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