Molte volte alle modelle  arrivano decine di richieste da amatori  senza un’idea di fondo precisa di come dovrà essere gestito il futuro scatto, ma con un’unica certezza: dovranno posare nude spesso in pose erotiche al limite della pornografia.
Viene quindi da chiedersi: dove è il limite?   questo limite esiste?
Il mio pensiero è che non esiste un troppo esplicito, ma esistono belle e brutte foto.
Il nudo e l’erotismo attirano indubbiamente l’attenzione soprattutto del pubblico maschile, ma la vera bella foto è quella in grado di andare oltre al primo impatto, quella che riesce ad attivare un processo emotivo che non si limiti all’iniziale esclamazione: “bella questa foto!”
Spesso si usa l’aggettivo “volgare”, questo aggettivo potrebbe essere sinonimo di popolare, ci si accontenta dell’approccio più superficiale, quello che si attiva a uno sguardo veloce, ma non va oltre.
Una foto “volgare” non è quella che mostra i genitali maschili o femminili, Jan Saudek fa foto molto esplicite, sono foto di un certo gusto? forse no, sono foto che che cercano di impressionare, forse di sconvolgere, ma non sono volgari perchè non fini a se stesse, non si esauriscono nella vista di una vagina esposta.

Sono meglio le donne sottomesse, dominate di Saudek o certe foto di modelle molto carine in pose ammiccanti che infondo dicono solo: non ti piacerebbe fare sesso con me?  quali sono davvero più “volgari”?
Le foto acquistano senso nel loro racconto, non è questione di quanta pelle è scoperta o se il soggetto è esteticamente piacevole, ma di quello che comunicano.
Araki ha utilizzato la fotografia per interpretare le emozioni e le esperienze, è stato definito un “foto-maniaco” per le sue foto voyeuristiche e la sua vasta produzione, è stato più volte arrestato in Giappone, anche se non è mai finito in carcere, con l’accusa di oscenità e il direttore di un museo venne arrestato per aver esposto alcune sue foto, ma guardando il complesso della sua opera si nota come non c’è mero estetismo.
Araki ,che non è di certo un purista della tecnica, riesce a fare scatti che possono definirsi eredi della tradizione giapponese dell’arte erotica, soprattutto Shunga, il dipinto erotico del periodo Edo. Racconta dei tabù, delle perversioni legate alla società in cui vive, arriva a rendere esplicito il concetto che i fiori sono organi riproduttivi ed emblemi della consumazione dell’amore, ma è troppo spinto? mostra troppo?
Ovviamente la risposta è no, quello che mostra è funzionale al suo modo di vivere la fotografia e a quello che arriva a comunicare.